Il Made in Italy continua a essere riconosciuto nel mondo per creatività e capacità estetica, ma per competere globalmente deve affrontare nuove sfide legate a dimensioni aziendali ridotte, digitalizzazione e tecnologia avanzata. Secondo Serena Turrisi, responsabile per Fideuram di Client Business Development il tessuto imprenditoriale italiano è costituito per il 99% da piccole e medie imprese, spesso familiari, con fatturato medio inferiore a 50 milioni e proprietari che nell’84% dei casi superano i 60 anni, elementi che contribuiscono a limitare la competitività internazionale.
Il punto chiave per rafforzare il Made in Italy è la cooperazione in filiera o distretto, che consente di unire artigianalità e innovazione industriale mantenendo il valore creativo e creando peso economico. Prima della finanza, serve una visione industriale chiara, una governance efficace e una gestione del passaggio generazionale, come dimostra il caso di Kico-Del Tongo, azienda abruzzese dell’arredo che ha saputo fondere tradizione familiare e progetto industriale moderno, garantendo continuità e innovazione con la seconda generazione.
I distretti industriali storici – come Santa Croce sull’Arno (concia), Valenza (oreficeria), Como (seta) – rappresentano un modello da valorizzare e replicare, perché consentono di competere con i giganti asiatici che hanno capitali e tecnologia, ma non la creatività italiana. La sfida del Made in Italy oggi è diventare artigiani industriali tecnologicamente avanzati, operando in logica di filiera e offrendo soluzioni su misura (“Taylor made”) senza perdere identità e qualità.
In sintesi: innovazione, collaborazione e visione industriale sono le chiavi per un Made in Italy competitivo e sostenibile nel mondo globale.


